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A RITROSO SCRIVENDO

Inviato a “Lettere al

Inviato a “Lettere al Corriere” il 10 febbraio 2012 La differenza tra uguaglianza ed equità Caro Romano, in questo momento di grave crisi economica e sociale è tutto un richiamo all’equità. Forse perché, consapevoli di aver “scialacquato” in passato più di quanto fosse sostenibile in futuro, in molti si sono riconvertiti a ciò che in altri tempi si sarebbe però chiamata uguaglianza. Ma uguaglianza ed equità non sono la stessa cosa, vero? Preferendo il responsabile “abbiamo tutti gli stessi diritti” al semplicistico “siamo tutti uguali”, personalmente non ho mai creduto molto all’uguaglianza “tout court”. Il più delle volte, poi, sbandierata dalle più disparate ideologie di classe, razza o credo solo per creare un’illusoria aggregazione comune. È più di equità che di uguaglianza che, infatti, avremmo tutti bisogno! Soprattutto in un contesto europeo mai così in crisi come quello odierno. In cui ci si sta rendendo sempre più conto di “…aver fallito nel proprio modello sociale” (parole di Mario Draghi!). Ma se l’equità è già di per sé difficile da raggiungere lo sarà ancor più da far accettare. In particolar modo a coloro che difficilmente rinunceranno ai propri diritti acquisiti. E l’Italia, in cui le rendite di posizione sono innumerevoli, temo che potrà trovare la soluzione dei suoi problemi solo che saprà rinunciare alle tante, troppe!, disparità che si stanno evidenziando ogni giorno di più. Perché, e lo ripeto, è di equità e non di uguaglianza che abbiamo principalmente bisogno. Mario Taliani 156

Inviato a “Lettere al Corriere” il 30 gennaio 2012 Il consenso, il compenso ed una legge elettorale “compensativa” Caro Romano, nello stereotipo comune ciò che caratterizza noi italiani è il considerarci, a seconda degli ambiti di discussione, un po’ tutti dei CT della Nazionale, dei Rocco Siffredi o dei Padri Costituenti. Tralasciando i primi due, per disaffezione e per consapevolezza, mi permetta di confermarle tale caratteristica scrivendole in merito a due argomenti di ormai quotidiana discussione nel nostro paese: gli stipendi dei parlamentari e il possibile ritorno delle preferenze nel sistema elettorale. Per entrambi vale comunque la considerazione iniziale che l’eletto al parlamento ha fondamentalmente due vincoli “materiali” che ne possono condizionare il comportamento: il compenso ed il consenso. Per il primo, l’aspetto economico, sinceramente ritengo che sia accettabile se chi deve legiferare, nel doveroso presupposto di fare l’interesse di tutti, possa essere nel periodo di incarico sgravato dalle necessità finanziarie e dai bisogni economici. Senza false ipocrisie, sappiamo bene che anche la politica costa! E costa oltremodo ai cittadini se non da risultati! Più difficile, e più pericolosa per le conseguenze in generale, mi appare invece la possibilità che l’eletto si possa davvero svincolare dalle promesse elettorali legate al consenso espresso dalla preferenza. Intendendo per promesse non la realizzazione del programma della formazione politica di appartenenza ma più banalmente e concretamente il piccolo soddisfacimento materiale di chi il nome dell’eletto lo ha scritto, o lo ha aiutato a scrivere, sulla scheda. Il presupposto di questa mia considerazione, e lo sappiamo bene, è semplicemente la consapevolezza e l’osservazione di cosa sia il convivere quotidiano. E, per chi come me ne ha ancora chiara memoria, non è facile scordare come in quell’epoca le preferenze fossero divenute il vergognoso ricettacolo del più deleterio e dannoso clientelismo. Clientelismo, sia ben chiaro, di cui ancora oggi paghiamo i negativi effetti e costi. Personalmente ritengo che la politica, pur mirando all’encomiabile obbiettivo di una società ideale, con anche valide argomentazioni valoriali, non dovrebbe continuare a fare il pericoloso errore di dimenticarsi cosa sia la società reale. Società reale con cui quotidianamente, nelle 157

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