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A RITROSO SCRIVENDO

Lettere al Corriere

Lettere al Corriere LISTE ELETTORALI L’obbligo di iscrizione Caro Romano, in Francia, come negli Stati Uniti d’America, il singolo elettore avente diritto non è automaticamente iscritto nelle liste elettorali. A differenza dell’Italia in cui ciascuno lo è nel proprio comune di residenza al compimento del diciottesimo anno di età, in questi due Paesi, ma presumo anche in altri, la volontà di avvalersi del fondamentale diritto democratico deve venire volontariamente espressa. Al di là del certo «risparmio» economico che se ne deriva, visto che una cosa è organizzare la distribuzione dei seggi per una percentuale inferiore e un’altra è farlo sul cento per cento dei maggiorenni, è sulla espressa manifestazione d’intenzione al voto richiesta da questi Stati ai propri cittadini che vorrei conoscere la sua opinione. Comportamentalmente e concettualmente qual è la differenza? Qual è stata in Italia l’evoluzione del diritto al voto considerato che, se non erro, a fine Ottocento questo era condizionato dal censo e dal grado di istruzione? Ma soprattutto, perché da noi questa sorta di responsabilizzazione al voto del cittadino non viene «insegnata»? Mario Taliani, Noceto (Pr) Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la nuova classe politica ritenne che il voto fosse, oltre che un diritto, un dovere e decise, con una legge, che sarebbe stato «obbligatorio». Quella legge, revocata qualche anno fa, funzionò sino a quando la crisi dei partiti e la delusione per certi aspetti della politica italiana crearono il fenomeno dell’assenteismo. Credo che gli elettori, come in Francia, andranno più numerosi alle urne quando saranno attratti dalla personalità dei candidati e avranno la sensazione di poter modificare con il loro voto il corso delle cose. Sergio Romano Corriere della Sera (1 maggio 2007) 128

Lettere al Corriere IN AFGHANISTAN L’esempio danese el giorno in cui il primo ministro inglese Tony Blair ha annunciato l’inizio del rientro delle truppe dal Sud dell’Iraq vorrei sottolineare il comportamento del governo danese. Avendo circa 400 soldati sotto comando britannico, anche il governo di Copenaghen ha deciso il ritiro, ma - e questo mi preme evidenziare - ha contestualmente approvato l’invio di altrettanti militari in Afghanistan. Ora che in Italia il governo Prodi è caduto per le incongruenze tra le varie anime della maggioranza sulla politica estera, il comportamento responsabile dei danesi ha contemporaneamente il sapore di una lezione e di uno schiaffo morale. Mario Taliani, Noceto (Pr) Corriere della Sera (23 febbraio 2007) 129

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