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A RITROSO SCRIVENDO

ni a tutti i paesi

ni a tutti i paesi dell’Unione? Mi perdoni lo sfogo ma mi pare che rimanga sempre attuale la classica e sciovinista definizione di Europa: gigante economico, nano militare e nulla politico. Mario Taliani Le confesso che non ho ancora capito quale lezione si debba ricavare dal voto europeo degli scorsi giorni. In quasi tutti i paesi dell’Unione le elezioni soo state trattate alla stregua di una consultazione nazionale, una specie di verifica sulla tenuta del governo e sulla credibilità dell’opposizione. Ma gli elettori sapevano che il loro voto non avrebbe avuto conseguenze per gli equilibri politici nazionali. È davvero sorprendente che in molti paesi (le eccezioni sono l’Italia, l’Irlanda e la Lituania) molti abbiano deciso di disertare le urne? Ed è sorprendente che gli elettori, quando hanno deciso di votare, abbiano dato il loro voto con una certa leggerezza, secondo le emozioni del momento, nel modo in cui i consumatori rispondono alle domande di un sondaggi0? Insomma: quali indicazioni dovrei ricavare da una elezione europea in cui il giudizio fu prevalentemente nazionale e viziato da un alto tasso di irresponsabilità?È probabile che una parte dei voti e la percentuale delle astensioni riflettano un certo euroscetticismo, diffuso da qualche anno nell’Europa dei 15 e soprattutto in quella dei nuovi membri, entrati nell’Unione due mesi fa. Non ne sono sorpreso. L’Europa è un grande progetto modernizzatore che rimette in discussione le nostre più radicate abitudini e suscita i timori dei ceti sociali meno dinamici e più conservatori, a destra e a sinistra. Ma sul problema dell’assenteismo all’Est osservo che i referendum per l’adesione nel 2003 registrarono generalmente una forte partecipazione al voto. In Polonia, dove la percentuale dei votanti nelle elezioni europee è stata del 20,4 per cento, il referendum registrò il 77 per cento. In Slovacchia (il paese dove negli scorsi giorni si è votato meno: 16,7 per cento) la percentuale nel referendum è stata altissima: 92 per cento. Quali conclusioni dovrei trarre da queste constatazioni contraddittorie? Uno studioso polacco, Radek Sikorski, ha sostenuto nel Wall Street Journal del 18 giugno che il crollo delle percentuali è dovuto al disappunto degli elettori dell’Est per alcune misure adottate dall’Unione sulla politica agricola 166

comune (i nuovi paesi avranno diritto, per il momento, soltanto a una frazione dei sussidi riservati ai vecchi) e sul movimento dei lavoratori (quelli dell’Europa centro-orientale godranno della libera circolazione soltanto fra qualche anno). È possibile. Ma nei referendum i temi europei furono ampiamente dibattuti, mentre nelle elezioni le questioni dell’Unione sono state generalmente assenti o trascurate. Hanno certamente partecipato al voto gli euroscettici e gli eurofobici, decisi a servirsi dell’occasione per far passare il loro messaggio. Ma parecchi, fra gli altri, sono rimasti a casa perché nessuno aveva spiegato durante la campagna elettorale il fondamentale ruolo del Parlamento nella politica dell’Unione. E lo stesso è accaduto probabilmente nella vecchia Europa dei Quindici. Posso concludere soltanto con una speranza: che le prossime elezioni siano davvero europee e che gli elettori vadano alle urne dopo una campagna elettorale dedicata al programma dei candidati per il parlamento di Strasburgo. Sergio Romano Panorama (1 luglio 2004) 167

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