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A RITROSO SCRIVENDO

COME LE RIFORME CINESI

COME LE RIFORME CINESI SOPRAVVISSERO A TIENANMEN Qualche tempo fa le autorità cinesi hanno commemorato il centenario della nascita di Hu Yaobang. Fu però la morte di questo «illuminato» esponente della nomenclatura comunista che dette origine ai tragici fatti di Piazza Tienanmen del 1989. A distanza ormai di sedici anni, le chiedo un’opinione. Questa nazione si sta sempre più confermando una potenza economica. Ma lo sarebbe ugualmente diventata se gli sviluppi della rivolta studentesca fossero stati diversi? Mario Taliani Noceto (Pr) Caro Taliani, all’epoca di Tienanmen vi era alla Casa Bianca un altro Bush, padre dell’attuale presidente. Mentre la politica cinese del figlio è stata in questi anni incerta e tentennante, il padre, nel 1989, conosceva bene la situazione della Repubblica popolare dove era stato rappresentante del suo Paese negli anni Settanta. Condannò, naturalmente, i metodi repressivi adottati dalla dirigenza cinese contro i manifestanti, ma evitò di alzare il tono delle sue proteste e, soprattutto, di adottare misure punitive. Senza dirlo espressamente e senza avere in quel momento precise informazioni su ciò che stava succedendo dietro le mura della Città proibita, Bush sr. giunse alla conclusione che occorreva accordare al vecchio Deng Xiaoping una certa fiducia. Oggi sappiamo meglio ciò che accadde a Pechino in quei giorni. I documenti portati negli Stati Uniti da un comunista cinese e pubblicati in un volume apparso in Italia presso Rizzoli nel 2001 («Tienanmen» di Zhan Liang), ci offrono un quadro credibile della grande crisi che esplose sulla maggiore piazza di Pechino nella primavera del 1989. Le manifestazioni di protesta cominciarono, come lei ricorda, in occasione delle cerimonie per la morte di un uomo politico che si era distinto, agli occhi degli studenti, per le sue dichiarazioni liberali. Più che un movimento democratico, ispirato da un programma coerente, la protesta studentesca fu un’ondata generazionale che adottò lungo la strada numerose rivendicazioni, dalla libertà di espressione alla lotta contro la corruzione, e trasformò piazza Tienanmen in un bivacco permanente. All’origine di quelle richieste vi era, parados- 142

salmente, lo straordinario boom economico negli anni precedenti. Insieme a inattese ricchezze, lo sviluppo aveva creato gli inevitabili mali di ogni crescita accelerata: inflazione, migrazioni interne, reati economici, criminalità, teppismo. Noi vedemmo soltanto ciò che accadeva a Pechino, ma la turbolenza in quei giorni si estese ad altri ambienti sociali e persino ai ranghi dell’Esercito di liberazione. Quando il segretario del partito Zhao Ziyang lasciò la capitale per un viaggio nella Corea del Nord, la crisi sembrò sfuggire di mano al governo. Fu quello il momento in cui Deng riunì gli anziani del partito e decise di mettere fine alle agitazioni. Il vecchio leader aveva attraversato alcune delle più gravi crisi del suo Paese, era sopravvissuto alla rivoluzione culturale e sapeva quali demoni potessero impadronirsi della Cina nel momento in cui il partito dava prova di impotenza. Scelse la proclamazione della legge marziale perché era convinto che il Paese sarebbe precipitato nel caos e che i disordini avrebbero offerto ai conservatori del partito comunista l’occasione per seppellire il movimento riformatore. Oggi, dopo gli avvenimenti degli ultimi quindici anni, sappiamo che Deng salvò le riforme e le lasciò in eredità ai suoi successori. Da allora il regime ha trattato ogni movimento popolare con diffidenza e spesso con ostilità. Ma i successi economici, fra cui il sorpasso dell’Italia e di altri Paesi europei hanno creato una pluralità di interessi che chiedono sempre più frequentemente di essere ascoltati e rappresentati. Non è ancora democrazia, ma se ne intravedono le premesse e le condizioni. Sergio Romano Corriere della Sera (22 dicembre 2005) 143

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