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usalemme ai fedeli ma

usalemme ai fedeli ma allo stesso tempo, in segno di grande amicizia e di tolleranza per la cultura islamica, non perpetrò i crimini delle altre crociate, le quali nascondendosi dietro ideali religiosi portarono morte e distruzione nei paesi del Vicino Oriente. Le sue ricerche e la curiosità verso l’Islam lo guidarono anche alla scoperta della poesia araba di cui è innegabile l’influsso su quella provenzale. Il grido del poeta Ibn al Faridh, «chi non muore del suo amore non può viverne» (De Rougemont 1996:153), oltre a ispirare la mistica occidentale giunge fino alla lirica dei Siciliani seppur mediato dai trovatori. 30

CAPITOLO II I RAPPORTI CON LA LIRICA TROBADORICA Quanto del retaggio trobadorico sull’amore “impossibile” è stato recepito consapevolmente dai Siciliani, al di là di meticolose traduzioni e rifacimenti, e soprattutto quali sono i punti di rottura con i modelli d’oltralpe? La lirica amorosa medioevale parla, paradossalmente, di assenza e di frustrazione: in altre parole, l’amore celebrato nel XII e XIII secolo ha bisogno non della presenza dell’altro ma della sua assenza. Il tormento dell’amore lontano è indiscutibilmente manifestato nella retorica con un largo impiego di ossimori - eccezionali evocatori di sospensione del senso, di paradosso, appunto (l’amar desamatz) - quali le “dolci lacrime” oppure il “caro soffrire”. Occorre osservare però che l’Amore Assurdo, il servizio del poeta per nulla ripagato da alcuna mercede non è novità esclusivamente medioevale, esisteva già nei grandi poeti latini. Tuttavia nell’età ovidiana è l’effettivo tradimento femminile ad avvilire il poeta. La distanza fra latini e trovatori si misura in pratica proprio nella “disonestà” muliebre lamentata dai primi, nel piacere perverso e realistico di causare e ricevere dolore (algolagnia); nei trovatori troviamo invece tutto il contrario di questo furioso erotismo in quanto prevalgono le regole dell’algido gioco cortese (Gigliucci 1990:22). Ai trovatori, sempre in parole povere, sembra a questo punto interessare non tanto amare la donna quanto il sentirsi amato. L’amore impossibile, la tortura deliziosa, un amore “ritardato” fino a perdere di vista il suo vero soggetto porta necessariamente il poeta a parlare solo di se stesso. Perfino se un pensiero viene presentato come pensato da una donna sappiamo come in realtà sia un uomo ad averlo elaborato per il piacere del proprio pubblico maschile. I poeti federiciani ad esempio si spingono anche oltre i loro colleghi transalpini nell’affermare che l’esperienza del poeta-amante è esclusivamente mentale: Uno disïo d’amore sovente/ mi ten la mente (Giacomo da Lentini, «Uno disïo d’amore sovente», vv. 1-2). La donna, già oggetto nella poesia cortese provenzale, è a volte messa da parte da Giacomo da Lentini per far posto allo sviluppo di metafore o di immagini, specie nelle tenzoni in cui vero protagonista è Amore in quanto tale. 31

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