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siciliana

66 Due cavalier valenti

66 Due cavalier valenti d’un paraggio Aman di core una donna valente; ciascuno l’ama tanto in suo coraggio che d’avanzar d’amar saria neiente. L’un è cortese ed insegnato e saggio, largo in donare ed in tutto avenente; l’altro è prode e di grande vassallaggio, fiero ed ardito e dottato da gente. Qual d’esti due è più degno d’avere Da la sua donna ciò ch’e’ ne disia, tra quel c’ha ‘n sé cortesia e savere e l’altro d’arme molta valentia? Or me ne conta tutto il tuo volere: s’io fosse donna, ben so qual vorria. (Rustico di Filippo, «Due cavalier valenti d’un paraggio», in Panvini 1962:648-50) Non ci sorprende il fatto che Bondie Dietaiuti, poeta al limite fra “Siciliani” e “Siculo-toscani” e direttamente influenzato da Giacomo da Lentini, dia la sua preferenza al pretendente dotato di cortesia. I poeti federiciani non hanno fondato una ideologia (o un’etica che dir si voglia) amorosa vera e propria basata sui dettami del De Amore di Andrea Cappellano o sul Cligés di Chrétien de Troyes (che pur erano stati per loro testi fondamentali), ma una psicologia dell’amore fondata piuttosto sulla conoscenza e sulla verità 30 . Si parte dalla teoria della ”nascita di amore dal piacere” confermata dalla prima delle canzoni amorose di Guittone, «Se da voi, donna gente» (vv. 5-6) ché da cosa piacente/ savemo de vertà ch’è nato amore e infine rielaborata con maggior 30 A conferma di quanto affermato stanno le parole di Federico II nel prologo del suo trattato di falconeria De arti venandi cum avibus: «Intentio vero nostra est manifestare in hoc libro (…) ea quae sunt, sicut sunt» (La nostra intenzione è di illustrare in questo libro (…) le cose che sono, così come sono) (Horst 1996:166).

spessore dagli Stilnovisti. La dottrina appartiene naturalmente a Giacomo da Lentini esposta prima nel suo sonetto «Solicitando un poco meo savere» (vv. 9-10): Ben trova l’om una amorositate/ la quale par che nasca di piacere (...), e successivamente in «Amor è un[o] desio» (vv. 1-4): Amor è un[o] desio che ven da core per abondanza di gran piacimento; e li occhi in prima genera[n] l’amore e lo core li dà nutricamento. ma si complica e modifica, ancora all’interno dei Siciliani, in un adespoto, «Con gran disio pensando lungamente» (vv. 12-19): E par che da verace piacimento Lo fino amor discenda Guardando quel ch’al cor torni piacente; ché poi ch’om guarda cosa di talento, al cor pensieri abonda, e cresce con disio immantenente; e poi dirittamente fiorisce e mena frutto La studiosa Spampinato Beretta fa risalire questa seconda interpretazione ad una composizione di Aimeric de Peguilhan (attivo nel 1190–1221), «Ancmais de ioy ni de chan» (vv. 42-4) (sapchan qu’Amors es fina bevolensa/ que nays del cor e dels huelhs, sens duptar,/ que l’uelh la fan florir e.l cor granar) (Spampinato Beretta 1999:115), con un riscontro che attesta non soltanto una generica conformità di dottrine, ma una diretta relazione con il modello trobadorico, relazione che caratterizza particolarmente la produzione dei “Siculo-toscani”, segnata da un gusto assai più letterariamente allusivo e “topico”, riferibile a letture ed esperienze provenzali particolari (ivi:116). Aimeric godette di larga risonanza in Italia, forse in seguito al suo lungo soggiorno presso i signori di Monferrato, gli Este, i Malaspina (Bologna 1987:127-30) ed infine presso la corte di Federico II, per il quale scriverà la celebre Metgia (1220), com’è dimostrato dalle numerose citazioni ed imitazioni, sia tra i “Federiciani” che oltre. Le citazio- 67

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