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siciliana

in cui la donna sa come

in cui la donna sa come ribattere al corteggiatore usando toni alquanto duri. Cielo d’Alcamo toglie dunque il velo aristocratico alla fin’ amor. Con lui si sottolinea in modo anche blasfemo (si veda la disponibilità, da parte del personaggio maschile, di un accoppiamento necrofilo: Se tu nel mare gittiti, donna cortese e fina,/ dereto mi ti misera per tutta la marina,/ e poi ch’annegasseti trobarati a la rina;/ solo per questa cosa adimpretare:/ con teco m’aio a giungiere a peccare (vv. 121-5) 32 ) la carnalità del rapporto uomodonna portandolo in un milieu ”borghese” in aperta rottura con il suo ambiente sociale: A lo letto ne gimo a la bon’ora/ ché chissà cosa n’è data in ventura (vv. 159-60). Cielo dà della ”villana” a madonna, la rende più reale, conscia della propria intelligenza e la pone, fatto questo innovativo, sullo stesso piano sociale del cavaliere (in realtà lui stesso un quasi giullare) con una precisa volontà di satira nei confronti della pastorella provenzale. Il rivoluzionario componimento è stato definito «uno fra i più antichi documenti, probabilmente il più antico, di quell’espressionismo vernacolare che durerà fino all’età barocca» (Contini 1960:175). 32 Se tu ti getti in mare, donna cortese e fina [complimento preso di peso alla lirica aulica, Ndr], ti verrò dietro per tutta la marina, e se ti annegassi, ti troverei sulla spiaggia [rina=rena, la sabbia della spiaggia, Ndr] e farei questo solo per impetrare che con me t’abbia a congiungere ed a peccare. 72

CAPITOLO V IL PROBLEMA DELLA TRASMISSIONE DEI TESTI In base a quanto detto poc’anzi, la fioritura della lirica siciliana sarebbe durata non molto più di vent’anni, questo sulla scorta di indizi cronologici interni o della cronologia altrimenti documentata degli autori agli inizi degli anni Trenta (Di Girolamo 1994:298). Ultimamente tuttavia è parso di capire che alcuni sonetti anonimi del codice Chigiano (notoriamente il più significativo testimone del canone stilnovistico) dovrebbero farci riflettere sulla persistenza di una linea sicilianeggiante e cortese nei decenni che vanno dal 1265 al 1285-90 (cfr. Gualdo 1999:121-153). Uno spostamento cronologico di tutto rilievo anche se, ribadisce a ragione Rosario Coluccia, sempre le ragioni della cronologia ci dicono per esempio che re Enzo muore solo nel 1272 e che Guido delle Colonne era probabilmente ancora vivo nel 1280 (cfr. Coluccia 1999:39-59). In questo torno di tempo, tenendo da parte il guittonismo che «spacca in due pressoché dovunque la storia della poesia siculotoscana» (Folena:22) e il deciso colpo di timone del Cavalcanti (ma non di tutta la sua produzione) e di Dante, assistiamo al recupero lentiniano di Guinizzelli, non distante dal ”trapianto” siciliano di Bonagiunta 33 (che, non si dimentichi, muore nel 1290 e che - come Guittone - vede nascere e compiersi non solo la parabola del Guinizzelli ma anche buona parte dell’esperienza cavalcantiana) 34 , alle rime cortesi di Rustico e all’esordio siculo-provenzale e siculo-toscano di Lapo (Favati 1975:245-6). Se insomma ben nitidi appaiono i contorni della poesia guittoniana come di quella stilnovistica, tra queste due tendenze nettamente ed ideologicamente contrapposte la zona d’ombra è molto estesa e la 33 Oltre a Contini anche altri studiosi quali D’Arco Silvio Avalle hanno sostenuto che la novità di Guinizzelli è piuttosto ”linguistica e fantastica” che ”dottrinale” e si riallaccia al metodo appunto lentiniano della comunicazione attraverso segnali (valga per tutti il ”singa” in Meravigliosamente). Per Bonagiunta sono fitti i richiami intertestuali con la poesia del Notaro, a volte dilatati con insistenza riflessiva (cfr. Contini 1960:447-483 e Per Guido Guinizzelli:1980) 34 Secondo Gorni il Guinizzelli è «per la gran parte della sua opera, un arcaizzante siciliano intriso di bonagiuntismo» (Gorni 1980:38). 73

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