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FuoriAsse #19

Officina della cultura

che pretende di

che pretende di «rappresentare la corrente spontanea della vita» 4 , ma deve continuamente fare i conti con le divagazioni, i pensieri, le percezioni minime, le presenze e le immagini istantanee che ogni frazione di realtà porta con sé. Il risultato, però, si colloca ai margini della leggibilità: la rappresentazione risulta vincolata a uno sforzo ermeneutico che costringe a disintegrare la sintassi, a forzare la punteggiatura, a selezionare un lessico ripetitivo ma eccentrico, volto a una referenzialità controintuitiva. Settembre è l’esito più conseguente di una scrittura a predominante riflessiva, che In negativo e Nella coartazione letteraria (i testi che, insieme alla prova teatrale Giuoco con la scimmia, completano la raccolta) arrivano a esiti ancora più involuti e astrusi. Non resta allora che L’ultimo viaggio a lasciarci intuire le capacità di uno scrit- tore che diventa grande quando mette da parte i rovelli epistemologici e lascia affiorare i propri conflitti interiori. Qui Filippini presenta se stesso quale cardine di un palinsesto di esperienze che coprono l’intera sua vita, dall’infanzia nell’odiamata Svizzera fino alle pulsioni e alle censure dell’età adulta. È il confronto con Elena, la sua «grande cura di verità», a restituirci la complessità di un personaggio letterario unico. Sotto le insegne del diario di un amore impossibile, L’ultimo viaggio racconta la storia di una terapia praticata attraverso la scrittura: dal confronto con gli stereotipi dell’amore nasce la consapevolezza del proprio desiderio, che chiede di evadere dalle logiche sentimentali borghesi per trovare una prova di esistenza scomparendo nello sguardo dell’altro: «Desidero non avere immagine, essere soltanto ciò che Elena vede di me» 5 . ©Alan Spazzali 4 Ivi, p. 59. 5 Ivi, p. 8. FUOR ASSE 18 Il rovescio e il diritto

Arrigo Benedetti fuori dal canone di Alberto Marchi - ©Brett Walker Nonostante abbia goduto fin dalla pubblicazione delle sue primissime opere del l’attenzione dei critici più autorevoli e dei colleghi scrittori, l’Arrigo Benedetti (1910-1976) narratore sembra oggi relegato nella categoria degli esclusi, di quelli non più degni di studio e ricerca. Nemmeno l’Arrigo Benedetti giornalista e direttore di periodici (tra i massimi del Novecento), a onor del vero, se la passa poi così bene: il suo nome ormai è appannaggio di pochi addetti ai lavori anche nel mondo del giornalismo; ma alcuni punti fermi (la fondazione dell’ «Espresso» per esempio o la famosa inchiesta Capitale corrotta=nazione infetta, titolo-slogan tuttora ripreso da giornali, siti internet e televisioni) parrebbero alimentare la speranza che l’oblio non sia ancora totale o definitivo. Nel campo però della letteratura ci troviamo di fronte all’abban - dono da parte degli studiosi. Di abbandono infatti si deve parlare per un autore che negli anni Sessanta e Settanta vide tutte le sue opere pubblicate da Mondadori, e fra queste anche uno dei suoi romanzi più riusciti: quel Cos’è un figlio, pubblicato postumo nel 1977, che fece dire a Carlo Cassola che, pur non condividendo con Benedetti alcunché circa le cose del giornalismo, della politica e della cultura, se ne era invece sempre trovato d’accordo circa la letteratura. In questo romanzo, in cui rievoca la vicenda della morte del figlio trentenne, Arrigo Benedetti rivela un senso della misura e una abilità nella fusione di materiali eterogenei (la storia della propria famiglia e la storia dell’occupazione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale, l’acuta osservazione dei costumi e il lirismo inconfondibile delle immagini con cui rappresentava la natura) fuori dal comune. Proprio nel valore evocativo delle immagini e dei rircordi, potenziati dal soffuso senso di dramma che pervade il FUOR ASSE 19 Il rovescio e il diritto